airplane graveyard bangkok

Airplane Graveyard: Il cimitero degli aeroplani di Bangkok

Quando penso di aver scovato tutte le stramberie che Bangkok nasconde fra i suoi angoli più reconditi e incantevolmente degradati, di aver vissuto tutte le situazioni surreali che questa città fuori dal mondo sa creare, ecco che vengo immediatamente smentito. clamorosamente per di più.

Avevo letto di questo “cimitero degli aeroplani”, piazzato pubblicamente nella periferia est di Bangkok, non troppo lontano da Phra Khanong, uno dei suoi tanti “centri”, presidiato da questa famiglia che vive all’interno di una delle fusoliere assieme a cani, gatti, galli da combattimento e figli e che pretende un pedaggio per poter visitare i relitti che giacciono nel campo e tutto questo mi sapeva di esperienza fake come la Venezia cinese di Macao.

Tuttavia mi sveglio una domenica mattina dopo 6 ore scomode di sonno con ancora in circolo  qualche birra extra bevuta la notte prima e con la voglia di prendere  lo scooter e andare, di fare qualcosa di diverso dal solito. E così, cerebralmente annebbiato tipo pianura padana in inverno, mi si accende una flebile lampadina e recupero qualche informazione tipo: cimitero aerei+zingari custodi=The Snach (il film), e parto. Non mi preoccupo che ci siano modi più comodi e pittoreschi per arrivare fino a Ramkhamhaeng Road di una corsa di 1 ora in scooter fra le strade trafficate della città (come per esempio l’express boat che naviga sul Saen Seap, il canale che attraversa tutto il centro cittadino) e non mi preparo nemmeno a quello che andrò a vedere, il cervello è ancora inebetito e non si fa aspettative. In tasca mi ero ficcato 100 bath sicuro di contrattare con i “custodi” e dopo un viaggio che mi sembra infinito, parcheggio davanti al cancello d’ingresso e la scena che mi si presenta davanti mi sveglia più che una secchiata d’acqua ghiacciata. Fra palazzi, case e addirittura confinanti con un tempio, su di un terreno dalle dimensioni di un campo da calcio, giacciono i relitti di diversi aerei: fusoliere, ali, cabine, ruote, pezzi di lamiera. La verticalità della città  si interrompe per lasciare spazio ad un immagine che sembra presa da un film catastrofico. Ad aprirmi la recinzione mi aspettano 2 bambini: la ragazza avrà 12 anni e il maschio 6 o 7. Mi chiedono 200 bath; io, caccio i 100 preparati prima cercando di farglieli andare bene ma quelli che ai miei occhi sembravano 2 pischelli si trasformano in 2 sergenti: mani basse, sguardo glaciale: o 200 o non si entra. Ovviamente ho capito l’antifona e non perdo altro tempo in contrattazioni inutili.

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Gli aerei sembrano enormi e più mi avvicino più l’impressione viene confermata. il 747 è alto come un’abitazione e appare come la carcassa di un dinosauro meccanico. Noi siamo abituati a salire su questi mezzi dagli asettici corridoi degli aeroporti e quando siamo a bordo, fra sedili, valige e vicini invadenti, ci sembra sempre di avere poco spazio, ma effettivamente non ci rendiamo conto delle loro dimensioni reali. in questo luogo, ci si può avvicinare, li si può osservare da tutte le angolazioni; si può camminare su un ala spezzata a terra e sedersi su una ruota che nessuno si immaginerebbe così grande. Gli aerei, a quanto pare, non sono più i simboli del nostro tempo, dell’era moderna, sono stati battuti in velocità da internet ma rimangono i mezzi di trasporto più veloci e qui giacciono sotto i nostri occhi senza più la magia che li ammanta quando sono in uso, senza più saper volare. Gli scheletri metallici mostrano la loro natura meccanica di macchine create dal dio uomo: geniali, complesse, ma destinate a morire. il fascino della decadenza qua pulsa all’ennesima potenza; macchine potenti, costose, inarrivabili, ridotte a macerie sotto i nostri occhi.

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Entrambe gli aerei grandi sono spezzati a metà, così decido di cominciare l’ispezione da quello più piccolo dei due. Gli strati della fusoliera sono ben visibili, i sedili sono stati smontati ma resta qualche cappelliera sparsa qua e là. All’interno mi trovo in compagnia di 3 ragazze tedesche che stanno mimando un volo nella cabina di pilotaggio. La situazione è un vero spasso perchè loro non si accorgono della mia presenza e si lasciano andare senza vergogna all’interpretazione di quello che sembra essere un atterraggio di emergenza. Quando mi scorgono filmarle alle loro spalle scoppiamo tutti a ridere e quindi mi dicono di provare a pilotare il “Flugzeug” (aeroplano in crucco). La sensazione è adrenalinica. Dalla cabina domino il traffico di Bangkok che mi scorre davanti; tiro la cloche, muovo le leve, schiaccio i bottoni e leggo tutte le targhette sul quadro elettrico. Ancora elettrizzato scendo e mi dirigo verso il 747. L’erba è alta, non è facile raggiungerlo, ma soprattutto, arrivato ai suoi piedi, mi domando come fare a salire viste le dimensioni: GIGANTESCO. la fusoliera spezzata rivela i 3 piani, il primo per i bagagli, il secondo per i passeggeri e il terzo ancora passeggeri e cabina pilotaggio, e fortunatamente non è liscia, ma dotata di “denti” che mi permettono la scalata. In questo luogo domina un po’ la filosofia asiatica del “ognuno responsabile per se stesso”; una caduta, una ferita con qualche chiodo arrugginito, perfino un cedimento di qualche struttura a mio avviso è possibile , così consiglio di fare molta attenzione a dove si mettono piedi e mani. Perlustro i 2 piani dell’aereo e la cabina di pilotaggio (che è messa peggio dell’altra) poi vado a sedermi gambe penzoloni al terzo piano, proprio dove questa macchina titanica si interrompe e per un attimo il tempo si ferma e i rumori della città si fanno sempre più lontani, fino a scomparire. Dall’alto osservo la luce velata del sole picchiare sugli specchietti che rivestono il tempio alla mia destra. Davanti a me il verde del parco prosegue per svariate decine di metri fino agli alberi che lo proteggono dal resto della città. Alle loro spalle le sagome di 3 grossi palazzi si stagliano contro un cielo minaccioso e sembrano ricordarci che Bangkok non finisce lì ma prosegue, con il suo carico di vita, di povertà, con i suoi 1000 altri segreti e avventure. La scena è apocalittica, tutte le persone al mondo potrebbero scomparire e io ritrovarmi solo ma non me ne stupirei. La brezza piega le erbacce del prato e mi desta da questo attimo perfetto. Altri turisti sono arrivati e credo che il business per la famiglia del posto sia meglio di quanto tutti possano pensare. Scendo e mi dirigo verso il fondo del parco; dietro i grossi tronchi incontro il canale e poco più in là con la fermata dell’express boat con tutte le barche ormeggiate. Qui non c’è una recinzione ma credo che gli occhi dei “guardiani” siano molto vigili anche per i visitatori che arrivano da questa direzione.

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Me ne vado ma l’adrenalina continua a scorrermi nelle vene ancora per un bel pezzo, attimi perfetti fuori dal tempo sono rari, ma con me, Bangkok, è stata fino ad ora molto generosa.

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